Pignoramenti presso terzi: lo Stato che riscuote da un corpo già dissanguato
- 24 Marzo 2026
- Posted by: Network Resolution
- Categoria: News
di Ettore Lacopo — Dottore Commercialista, Revisore Legale e Presidente di Network Resolution S.r.l. Società Benefit
Seicentomila procedure esecutive l’anno, tre su quattro a vuoto. Ma intanto imprese e famiglie della Locride vanno in ginocchio. E dal 2026 arrivano i pignoramenti lampo.
C’è un numero che dovrebbe togliere il sonno a chiunque abbia a cuore questo territorio. Seicentomila. Sono i pignoramenti presso terzi che l’Agenzia delle Entrate-Riscossione emette ogni anno in Italia. Lo dice la Relazione Tecnica alla Legge di Bilancio 2026 (Legge n. 199/2025). Di questi, il 77,5% non produce alcun incasso per l’erario. Nemmeno un euro. In termini assoluti, significa che circa 465.000 volte l’anno lo Stato congela conti correnti, blocca stipendi, intercetta pagamenti — e poi nulla. Il debitore resta con l’attività paralizzata, e le casse pubbliche restano vuote.
L’incasso medio di un pignoramento andato a buon fine è di 10.500 euro. Per recuperare questa cifra, il sistema è disposto a mettere in ginocchio un’impresa, far saltare il pagamento dei dipendenti, innescare una reazione a catena che coinvolge fornitori, famiglie, interi pezzi di economia locale.
La Locride non è Milano
Questi numeri, già allarmanti su scala nazionale, assumono un significato devastante se calati nella realtà di un territorio come la Locride. Parliamo di un’area con tassi di disoccupazione tra i più alti d’Europa, dove il tessuto produttivo è composto quasi esclusivamente da micro e piccole imprese che operano con margini ridottissimi e dipendono dalla liquidità giornaliera.
In questo contesto, un pignoramento presso terzi non è un fastidio burocratico. È un evento potenzialmente letale.
Storie che si ripetono ogni giorno
Lo vedo quotidianamente nel mio lavoro. Un’impresa edile della zona jonica, sei dipendenti, riceve un pignoramento sul conto corrente per una cartella di 14.000 euro relativa a contributi previdenziali contestati e ancora in contenzioso. Il conto viene bloccato di venerdì. Il lunedì successivo i bonifici degli stipendi non partono, il fornitore di materiali non viene pagato e sospende le consegne, il cantiere si ferma. Ci vogliono tre settimane per sbloccare la situazione con una rateizzazione d’urgenza. Tre settimane in
cui quell’impresa ha perso commesse, credibilità e — dato non misurabile ma reale — la fiducia di chi ci lavora.
Un piccolo commerciante di Siderno si vede pignorare l’incasso del POS da parte di un cliente della pubblica amministrazione. Il pagamento che attendeva da mesi, e su cui aveva costruito il piano per saldare i fornitori del trimestre, viene intercettato. L’effetto domino è immediato: lui non paga il grossista, il grossista non paga il trasportatore, il trasportatore ritarda gli stipendi. Una sola cartella, quattro imprese in difficoltà.
Una famiglia monoreddito di Locri scopre che l’unico stipendio è stato pignorato oltre i limiti di legge. Il conto è a zero. Servono settimane di carteggio e un’istanza formale per far rispettare il minimo vitale previsto dall’articolo 72-ter del DPR 602/1973. Nel frattempo, quella famiglia non ha fatto la spesa, non ha pagato l’affitto, non ha portato il figlio dal dentista.
Dal 2026: i pignoramenti lampo
Come se il quadro non fosse già sufficientemente grave, la Legge di Bilancio 2026 introduce una novità destinata a colpire con particolare durezza il mondo delle partite IVA. L’articolo 1, comma 117, della Legge n. 199/2025 prevede che l’Agenzia delle Entrate metta a disposizione dell’Agente della Riscossione i dati delle fatture elettroniche emesse dai debitori iscritti a ruolo nei sei mesi precedenti.
In pratica, AdER potrà sapere chi sono i clienti abituali di un’impresa debitrice, quanto fatturano reciprocamente, e procedere direttamente al pignoramento di quei crediti commerciali. Il meccanismo è stato definito dalla stampa specializzata “pignoramento lampo”: il Fisco intercetta i pagamenti prima che arrivino al debitore, ordinando al cliente terzo di versare direttamente nelle casse della riscossione.
Il provvedimento attuativo del Direttore dell’Agenzia delle Entrate, che definirà le modalità tecniche, doveva essere emanato entro fine marzo 2026. L’impatto operativo si attende per la seconda metà dell’anno, con l’obiettivo dichiarato di raddoppiare il tasso di successo dei pignoramenti dal 22% al 44%.
Per un’impresa milanese strutturata, con linee di credito diversificate e riserve di liquidità, questo è un problema gestibile. Per un artigiano della Locride che vive della fattura del mese, è la differenza tra tenere aperto e chiudere.
Un sistema che non distingue
Il problema di fondo è strutturale: il sistema della riscossione coattiva italiana è cieco. Non distingue tra chi non vuole pagare e chi non può pagare. Non distingue tra un’evasione deliberata e una difficoltà temporanea. Non distingue tra un territorio con un PIL pro capite di 40.000 euro e uno che ne ha meno della metà.
La Locride, la Piana di Gioia Tauro, vaste aree della Calabria interna vivono una condizione economica strutturalmente diversa dal resto del Paese. Applicare gli stessi strumenti esecutivi con la stessa intensità e la stessa automaticità significa, di fatto, punire chi è già svantaggiato per il solo fatto di trovarsi nel posto sbagliato.
Non si tratta di chiedere sconti o condoni. Si tratta di chiedere intelligenza nella riscossione. Una riscossione che non distrugga il presupposto stesso del futuro gettito: l’impresa che produce, il lavoratore che guadagna, la famiglia che consuma.
Cinque proposte concrete
Da professionista che opera da trent’anni in questo territorio, nella gestione della crisi d’impresa e nell’assistenza a centinaia di contribuenti, avanzo cinque proposte che ritengo non solo ragionevoli, ma urgenti.
Prima proposta: soglia di protezione territoriale. Introdurre un meccanismo di modulazione delle procedure esecutive nei territori classificati come economicamente svantaggiati (dati ISTAT, indicatori BES, classificazione aree interne), prevedendo soglie minime di debito più elevate prima dell’avvio di azioni esecutive e tempi più ampi per la regolarizzazione spontanea.
Seconda proposta: composizione negoziata obbligatoria prima dell’esecuzione. Per debiti fino a 50.000 euro a carico di micro e piccole imprese, rendere obbligatorio il tentativo di composizione negoziata della crisi o quantomeno un contraddittorio preventivo, prima di procedere con il pignoramento. Il Codice della Crisi (D.Lgs. 14/2019) ha già gli strumenti: basta renderli prioritari rispetto all’esecuzione forzata.
Terza proposta: divieto di pignoramento lampo sotto soglia. Escludere dal nuovo meccanismo di pignoramento tramite fatture elettroniche le imprese con volume d’affari annuo inferiore a 500.000 euro e debiti iscritti a ruolo inferiori a 30.000 euro. Colpire i crediti commerciali di una microimpresa significa colpire la sua stessa possibilità di esistere.
Quarta proposta: analisi di impatto occupazionale preventiva. Prima di avviare un pignoramento presso terzi nei confronti di un’impresa con dipendenti, AdER dovrebbe essere tenuta a valutare — anche in forma semplificata — l’impatto occupazionale dell’azione esecutiva. Se il pignoramento rischia di causare licenziamenti, lo Stato deve chiedersi se il costo sociale supera il beneficio fiscale.
Quinta proposta: osservatorio permanente sulla riscossione nei territori fragili. Istituire presso la Prefettura o la Camera di Commercio un tavolo permanente che monitori gli effetti delle procedure esecutive sul tessuto produttivo locale, con il
coinvolgimento dell’Ordine dei Commercialisti, delle associazioni di categoria e delle rappresentanze sindacali. I numeri devono essere pubblici, territorio per territorio.
Una questione di giustizia, non di indulgenza
Questa non è una battaglia contro il pagamento delle tasse. È una battaglia per un fisco che sia proporzionato, intelligente e consapevole delle differenze territoriali che attraversano questo Paese. Un Paese in cui lo Stato investe miliardi nella ZES Unica per attrarre imprese al Sud, e contemporaneamente le strangola con pignoramenti automatici che ignorano qualsiasi contesto. La Locride ha bisogno che le sue istituzioni — i parlamentari calabresi, la Regione, i Sindaci — portino questa voce dove si decide. Perché qui non si discute di tecnicismi fiscali. Si discute del diritto di un territorio di continuare a esistere economicamente. E di una comunità che non accetta più di essere trattata come un numero in un algoritmo di riscossione.
Fonti normative e dati:
- Relazione Tecnica alla Legge di Bilancio 2026 (L. n. 199/2025): circa 600.000 pignoramenti/anno, tasso di successo 22,5%, incasso medio € 10.500
- Art. 1, commi 117-118, L. n. 199/2025: accesso AdER ai dati fatture elettroniche per procedure esecutive presso terzi.
- Art. 72-bis DPR 602/1973: pignoramento presso terzi da parte dell’Agente della Riscossione.
- Art. 72-ter DPR 602/1973: limiti alla pignorabilità di stipendi e salari.
- D.Lgs. 14/2019 (Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza): strumenti di composizione negoziata.